Caro Silvio, fatti giudicare
ora basta col vittimismo
«Rinunci al Lodo, non può presentarsi in Parlamento solo per autoassolversi»
(Intervista a Dario Franceschini, E Polis, SZ)
Non la manda certo a dire Dario Franceschini. Spesso più a sinistra di un vetero-comunista, il leader pro tempore del Pd non smette di stupire, amici e nemici. Ma chi se lo aspettava? Volto mite, modi misurati, origini Dc... persino il Cavaliere disse di lui, «occhio, questo qui buca lo schermo». Recuperando l'antico “corpo a corpo” sul territorio, Franceschini prende di petto la sfida di giugno. Una prova importante, perché sarà l'ago della bilancia. Per lui e per il suo partito.
Dal caso Noemi alla condanna Mills, il premier si sente “braccato”.
È la stessa cosa che vediamo da 15 anni. Di fronte a delle accuse specifiche e documentate, è solito sollevare polveroni politici, facendo la vittima per coprire il merito. È ormai incontestabile che il Lodo Alfano sia stato approvato esattamente per sottrarre il Premier da questo giudizio. In un paese normale un premier dovrebbe rinunciare ai privilegi del Lodo, accettare il giudizio come tutti i cittadini. E se è innocente, chiedere di essere assolto, ma non auto-assolversi.
Riferirà in Parlamento.
È il colmo che Berlusconi, che dall'inizio della legislatura non ha trovato due minuti per venire in Parlamento ad affrontare i problemi degli italiani (dopo aver fatto approvare in tre giorni il Lodo Alfano), ora voglia venire in Parlamento per auto-assolversi.
C'è chi, come D'Alema, dice che il premier da questa storia ne ricaverà ulteriori consensi.
Non mi interessa se guadagni o se perda consensi: credo che sia ora che nella politica italiana torni un po' di serietà, un po' di pulizia.
Secondo Berlusconi l'informazione è contro di lui.
Poverino, come è noto io controllo tutte le tv e giornali.
E che dice sulle nomine Rai?
So soltanto che fare le nomine Rai prima delle elezioni non mi sembra una cosa molto sensata.
Il premier disse, “attenzione che Franceschini buca lo schermo”.
Sì, peccato che poi se lo sia rimangiato. Finché continuerò a fare il segretario del Pd non ci sarà né consulente di immagine né sondaggio che mi farà cambiare idea. Se dovrò dire una cosa giusta, la dirò.
Lei doveva essere solo un segretario di transizione... novità?
Da noi siamo tutti pro tempore e tutti di transizione. Perché siamo un partito democratico, non un partito costruito attorno a una persona. È un modello strutturalmente diverso.
Viene dalla Dc, ma a volte pare più a sinistra di un vetero-comunista.
Forse è Berlusconi che mi fa questo effetto. Scherzi a parte: nel 2009 all'italiano interessa se un'idea è buona o no. Se è buona non si fa neanche la domanda se quello è di sinistra o di destra. Tutto il resto sono passioni politologiche.
Dicono che l'antiberlusconismo sia controproducente.
Io non faccio nessun antiberlusconismo, penso si debba alzare la voce quando ci vuole. È il dovere dell'opposizione: controllare e denunciare.
E proporre?
Anche proporre: sono settimane che facciamo proposte, dall'assegno ai disoccupati all'aiuto alla povertà, dalla riduzione dell'acconto di giugno alle piccole e medie imprese... perché pensiamo che un grande partito riformista possa fare del bene al proprio paese anche stando all'opposizione.
Scalfaro dice che le correnti interne sono “una peste” per il Pd.
Le correnti come dato legato a una persona sono una distorsione. In un grande partito, che rappresenta più o meno un terzo degli italiani, è inevitabile che ci siano aree culturali diverse: una parte più a sinistra, una parte più moderata, laici e cattolici, ambientalisti e liberali. Tutti i grandi partiti sono fatti così.
Gli ultimi sondaggi danno l'Idv in crescita nel centrosinistra.
A me i sondaggi non interessano proprio, non li guardo.
Un auspicio per le elezioni?
Che gli italiani capiscano che il risultato delle elezioni europee si misurerà nella distanza tra Pdl e Pd. Quello sarà il dato politico. E se uscisse un Berlusconi che stravince, potremmo vedere dopo le elezioni cose che neanche immaginiamo. I sintomi ci sono tutti, c'è di mezzo la qualità della democrazia italiana. Non è il momento di scegliere la strada dell'astensione, del voto di protesta.
Per la sinistra ora occorre
unire le forze in Europa
«È necessario recuperare la dimensione dell'utopia,
il cammino non è chiuso»
(Intervista a Fausto Bertinotti, E Polis, 14 maggio 2008, SZ)
Correva l'anno 2008, era il 14 aprile. Gli italiani furono chiamati anzitempo alle urne. Vinse Berlusconi. Il Pd ne uscì malconcio, ma rimase a galla. Calò il sipario sulla sinistra radicale e Bertinotti uscì di scena. Era la fine di un'epoca.
È passato più di un anno dalla cocente sconfitta: tredici mesi per meditare, ripercorrere le tappe, analizzare gli errori, scovare i responsabili. “Devi augurarti che la strada sia lunga” (Ponte alle Grazie), nuovo libro di Fausto Bertinotti, è il frutto di questa lunga e tormentata meditazione. La situazione della sinistra non è buona, è vero.
«Ma la strada dell'utopia - assicura l'ex Presidente della Camera - non si è ancora conclusa».
Esce la sua biografia. Ma perché, è già arrivato il tempo dei ricordi?
Questo libro non è proprio una biografia, è una cosa molto diversa. È una relazione dell'educazione sentimentale alla vita pubblica. Una verifica di ciò che ha funzionato, e ciò che non ha funzionato portandoci alla sconfitta.
Cosa non funzionò?
Vennero al pettine tanti nodi che si erano accumulati. Ci vorrebbe molto tempo per un'indagine storica che comprenda tutto il Novecento: la crisi, la storia cominciata nel '17, l'incapacità del movimento operaio europeo di uscire da sinistra da quella crisi, in particolare in Italia...
E venendo ai giorni nostri?
Ci sono episodi molto più recenti. Tra questi credo ci sia qualche occasione persa da Rifondazione Comunista in certi passaggi di straordinaria possibilità innovativa. E infine il fallimento drammatico dell'ultima esperienza del governo Prodi, che ha pesato in maniera durissima sulla possibilità di tentare un'ultima carta, quella con l'Arcobaleno, per rimettere insieme i pezzi di una sinistra sconfitta e dispersa.
Non c'è speranza per la sinistra?
Penso ci sia la necessità assoluta, storica, di una sinistra in Europa. In altre parti del mondo la sinistra ha un ben diverso grado di salute: si pensi all'America Latina o a un fenomeno come quello di Obama, che si può anche collocare “a sinistra”.
In Europa invece che accade?
Al contrario in Europa stiamo assistendo a una crisi generalizzata della sinistra. Ci sono delle eccezioni, penso a quanto i sondaggi attribuiscano al partito della sinistra tedesca, ma è un fatto particolare. Credo che in Europa si possa dire - e questa crisi drammatica lo mette in evidenza - che siamo passati da due sinistre a nessuna sinistra. Ci sono degli sforzi (anche in Italia in vista della campagna elettorale) di rispondere a questa crisi. Ma credo che ciò di cui abbiamo bisogno, dal punto di vista storico, è la ricostruzione di una grande sinistra europea.
Perché nel 2008 scelse di abbandonare la direzione politica?
No, l'ho detto tanto tempo prima del risultato elettorale: il fatto è che penso che non ci siano uomini per tutte le stagioni, e in politica le stagioni finiscono. Io ho diretto un partito per dodici anni, che è un tempo infinito. La politica consente di pensare molte forme di esercizio, anche diverse da questa. Ed è quello che sto facendo.
Si può ancora parlare di “stile” nel panorama politico nostrano?
Esiste indubbiamente un problema di stile. Ma in realtà c'è anche un problema più importante: una specie di corrosione della politica e dello spazio politico. Il politico è diventato personale, ha lasciato così drammaticamente lo slogan che aveva animato la cultura del '68, “il personale diventa politico”. Oggi è il contrario: la politica diventa personale e su questa via smantella lo spazio pubblico. E determina la crisi della politica.
Dal sindacato alla politica, qual è il filo che ha legato la sua carriera?
Lo stare dalla parte dei lavoratori: ritenere cioè che la ragione fondamentale dell'impegno politico sia quella dell'emancipazione e della riparazione da ogni forma di alienazione e di sfruttamento a partire dal lavoro.
«La strada dell'utopia non si è conclusa». Ci riserva qualche sorpresa il Bertinotti politico?
Quello dell'utopia è più o meno un cammino sempre aperto, da indagare dal punto di vista dei movimenti, del conflitto, dei rapporti della società. E non nel personaggio politico che semmai dovrebbe servire a quei processi.
Fini è il nuovo antifascista
e Berlusconi un partigiano
(Intervista a Francesco Cossiga, E Polis, SZ)
Francesco Cossiga non ha certo bisogno di presentazioni. Il re della picconata spara a zero su tutti. Tremate, dunque «oh voi, dilettanti allo sbaraglio». Non è tempo di elucubrazioni politiche. Leggete e capirete. Pane al pane, vino al vino.
Presidente, il Cavaliere ha deciso: parteciperà al 25 aprile.
Il ragionamento che ho fatto a Berlusconi è questo: «Se vai e ti fischiano o ti bastonano fino a mandarti in clinica, cresce la tua popolarità. Se poi ti applaudono, e ti metti alla destra di Franceschini, accompagnato dalla Moratti e Formigoni, ti becchi altra popolarità». Io farei così. In politica bisogna esporsi. Io e Marini - quando era Dc - andammo a fare un comizio nel 1976 ad Arezzo, contro l'opinione del capo della polizia: ci tirarono le pietre. Ma vincemmo le elezioni.
Vale la pena quindi...
Anche a costo di pagare quelli dei centri sociali per farsi picchiare.
Memoria condivisa: un'utopia?
Al figlio di un combattente di Salò si può chiedere di condividere la storia dei partigiani?
La Russa parla di “pacificazione”.
Ignazietto, se avesse avuto l'età, sarebbe stato un volontario della Repubblica sociale. Berlusconi un partigiano: infatti una cosa che non dice è che il padre e i fratelli della madre erano socialisti. Fini sarebbe stato Brigata nera.
A proposito di Fini, crede sia sincera la sua “conversione”?
Lui è molto coerente: quando è andato a Gerusalemme si è fatto pure circoncidere, e ora ha presentato la domanda all'Associazione nazionale partigiani. E pare che a casa sua abbia bruciato il quadro di Mussolini. Nemmeno gli antifascisti prima di lui avevano denominato il fascismo come “male assoluto”. Una tragedia. Ciò deriva dal fatto che non sapeva prima cosa fosse il fascismo, e non sa oggi cosa sia l'antifascismo. Ma è un bravo ragazzo.
Il ruolo di difensore della Costituzione è tutta farina del suo sacco?
Sì, è lui che spera nella presidenza della Repubblica. E sicuramente il Pd voterà per lui. Quelli di An confluiti nel Pdl invece voteranno per Letta. E pare che Fini si sia fatta fare una camicia metà rossa e metà nera; dicono anche che per la riedizione dell'enciclopedia italiana, come Gentile scrisse l'elogio al fascismo, Fini scriverà la voce “antifascista”.
Berlusconi è il prototipo del nuovo uomo politico?
No, lui è una cosa a sé. Sta imparando a far politica.
Politici competenti all'orizzonte?
Mi sembra che ce ne sia uno, due o forse tre: uno è il presidente della Repubblica, l'altro è Tremonti, l'altro è Gianni Letta. E D'Alema. Gli altri son tutti dilettanti allo sbaraglio. Pare che Veltroni vada definitivamente in Africa.
E Franceschini come lo vede?
Franceschini è un vecchio imbroglioncello dei gruppi giovanili della Dc. È la stessa gang: lui, Follini, Casini... credo anche che si riuniscano per stabilire chi dice questo e chi dice quello.
Nel 2007 disse al Cav.: «attento che Prodi è più furbo, lui è della vecchia parrocchia come me».
Sbagliai, perché il buon Romano poi prese la solita mazzata.
Sottovalutava l'astuzia di Silvio?
Sì. Ha imparato a far politica, è un grande uomo di spettacolo e gli italiani vogliono divertirsi. Oggi non si capisce niente. Berlusconi si oppone all'election day, anche se a lui converrebbe: se dovesse vincere il sì, rimarrebbe al potere per 40 anni. Franceschini invece, per cui la vittoria del sì costituirebbe l'affossamento totale, è a favore. È il mistero del suicidio. Quello che ha capito tutto è Casini, che dice: “agli italiani non interessa niente del referendum”.
E lei come la pensa?
Il referendum è uno dei pasticci inventati dai Dc. Ma credo che l'Italia debba essere governata con i pasticci: siamo un popolo di fantasia. Mi meraviglia che Veltroni non abbia avuto successo, dato che la sua grande politica poggia sul “ma anche”: «son di sinistra, ma non significa che non guardi al centro e poi ancora a destra».
Andreotti dice: «quando andrò in paradiso mi porterò tanti segreti».
Andreotti non ha nessun segreto. In Italia non ci son segreti, siamo troppo pettegoli. E se i segreti ci sono, non si dicono.
«Puro come una colomba e astuto come un serpente» dice il Vangelo.
Non sono astuto. Ma sono intelligente, anzi, intelligentissimo.